«La scrittura esige virtù scoraggianti, sforzi, pazienza; è un'attività solitaria in cui il pubbico esiste solo come speranza».

Simone De Beauvoir, Memorie d'una ragazza perbene (trad. di Bruno Fonzi)

martedì 21 maggio 2013

Verità e diffamazione

Molti di voi già sapranno - se ne sta parlando molto in rete - della sentenza di condanna per diffamazione nei confronti della blogger Linda Rando, da parte della casa editrice Zerounouno - 0111, per dei contenuti ritenuti offensivi pubblicati sul blog letterario Writer's Dream.

Se non ne sapete nulla vi rimandiamo al preciso e approfondito post del Tropico del Libro.

Naturalmente, come molti altri, siamo preoccupati di questa sentenza che è un precedente pericoloso che non solo sposta la responsabilità dall'autore dell'eventuale diffamazione al titolare del blog o del forum che ospita la discussione, ma attribuisce a qualunque troll il potere di danneggiare un blog o l'autore di un blog sicuro della propria impunità.

Vorremmo però approfittare del dibattito in corso per aggiungere una riflessione e qualche consiglio pratico sulla questione della diffamazione e sul concetto di verità, spostando per un attimo l'attenzione sul senso di responsabilità e di civiltà degli utenti dei blog, perché quello che ci sta più a cuore, da sempre, è la consapevolezza e la coscienza dei propri diritti.

Quando gli autori che si rivolgono a noi sono scontenti del proprio editore perché adotta un comportamento scorretto o ha mancato di adempiere uno o più impegni contrattuali, solitamente ci chiedono di mantenere il riserbo per timore di subire ulteriori danni a causa di eventuali querele per diffamazione, oppure non si fanno troppi problemi e si esprimono anche pubblicamente tra i commenti di questo blog, a volte con eccessiva leggerezza nell'uso delle parole.

Tranne nel caso di un contenzioso ancora in corso, in cui a seconda della situazione talvolta effettivamente è più cauto non esprimersi pubblicamente fino a vicenda conclusa per non inasprire ulteriormente i rapporti con gli editori, scrivere la verità su uno spazio pubblico, NON è diffamazione se si rispettano alcune (tre) precise regole.

Ci sono due vicende editoriali che abbiamo seguito a questo proposito che lo dimostrano: due autori avevano scritto (uno sul proprio blog, un altro su un sito altrui) che i propri editori (Pequod e Il Filo) erano in ritardo con i pagamenti, e che nonostante i ripetuti solleciti continuavano a non pagare.

In entrambi i casi gli editori hanno querelato i due autori per diffamazione, ma si sono visti respingere la querela dal giudice, perché la verità NON è diffamazione.

Riprendiamo a questo proposito un'efficace sintesi pubblicata tempo fa su Bibliocartina: la Corte di Cassazione ha stabilito nel 2007, attraverso una serie di sentenze, che non sussiste la diffamazione se le affermazioni pubblicate rispondano a tre precise condizioni:

a) che la notizie pubblicata sia vera;

b) che esista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti riferiti in relazione alla loro attualità ed utilità sociale;

c) che l’informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obbiettività.

Dunque, per quanto possiamo essere inferociti per un'ingiustizia subita da un editore inadempiente, se ci limitiamo a offenderlo dandogli del truffatore, della carogna o altri epiteti più offensivi o addirittura volgari, non solo non cambierà nulla, ma rischiamo anche di essere condannati a un risarcimento per danni alla reputazione in caso di querela. Se invece esprimiamo chiaramente le inadempienze reali e inequivocabili, evitiamo di usare toni eccessivi, e denunciamo un comportamento obbiettivamente scorretto, contribuiremo a diffondere l'informazione che di quell'editore non c'è da fidarsi, aiutando altri autori a non cadere nelle stesse trappole.

Vi facciamo subito un esempio/esperimento diretto, proprio a proposito della casa editrice che ha querelato Linda Rando, e cioè la Zerounoundici - 0111.

Negli ultimi tre anni di attività di consulenza legale per il blog Scrittori in Causa, abbiamo visionato diversi contratti di edizione della casa editrice Zerounoundici, bozze di contratto che l'editore aveva sottoposto agli autori e che noi abbiamo sconsigliato vivamente non solo di firmare, ma anche di prendere in considerazione. Questo perché i contratti della Zerounoundici che abbiamo visionato contengono diverse clausole evidentemente vessatorie e/o svantaggiose per gli autori. La verità non è diffamazione, perciò, documenti alla mano, vediamo alcune di queste clausole:

1 -  Nel caso in cui alla naturale scadenza del contratto le vendite non abbiano raggiunto le 250 unità, l’Editore ha facoltà di prorogare la durata del contratto per un tempo indefinito e comunque fino al raggiungimento di tale target.

Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con l'editoria, sa che purtroppo non esiste alcuna forma di controllo certo sulla rendicontazione di vendita stilata dagli editori. E che dunque, nello stilare i rendiconti, un editore poco onesto potrebbe facilmente dichiarare il falso, quindi meno copie di quante ne ha vendute realmente per pagare meno royalty all'autore. Che dire dunque di una clausola che vincola la durata del contratto al raggiungimento di un target di vendita di 250 copie quando non potremo mai essere sicuri della veridicità di un rendiconto che ci dice di non aver mai raggiunto il target? Inoltre, cosa ancora più grave, precisare che l'editore ha "facoltà di prorogare la durata del contratto per UN TEMPO INDEFINITO", è palesemente in violazione con l'art. 122 della Legge sul Diritto d'Autore (633/1941), che prevede per la cessione dei diritti di pubblicazione una durata massima di venti anni. A voi tirare le conclusione su un editore che presenta una bozza di contratto che contiene una clausola del genere.

2 - Nel caso di inadempienze da parte dell’Autore (dicasi contenziosi): in questo caso, là dove l’Autore non adempia agli obblighi stabiliti, la proprietà dell’Opera diventerà di proprietà esclusiva dell’Editore, che potrà utilizzarla nei modi che riterrà opportuni, anche trasferendo ad altri i diritti acquisiti con il presente contratto e senza il consenso dell'Autore, che perderà quindi ogni diritto sull’Opera.

Sorvolando sull'inesattezza terminologica secondo la quale per questo editore il contenzioso coincide automaticamente ed esclusivamente con l'inadempienza dell'autore, andiamo al dunque e all'irregolarità di questa clausola: per tutelare i contraenti di un accordo contrattuale, il Codice di Procedura Civile contempla la possibilità di inserire nel contratto una clausola risolutiva espressa (art. 1456 CC), che cioè permetta a una delle parti, in caso di GRAVE inadempienza dell'altra, di risolvere il contratto tramite semplice comunicazione alla controparte fatto salvo l'eventuale risarcimento danni. La Zerounouno invece, va oltre, e pretende che, in caso di inadempienza da parte dell'autore, I DIRITTI ESCLUSIVI SULL'OPERA LE SIANO CEDUTI INTERAMENTE E SENZA LIMITAZIONE TEMPORALE, dunque non solo si tratta di una sorta di penale vessatoria perché decisamente sproporzionata (rispetto a un'inadempienza non meglio specificata che potrebbe quindi anche essere un semplice ritardo nella consegna delle bozze col "visto si stampi"), ma, ancora una volta, il contratto della Zerounouno è in contrasto con l'art. 122 della Legge sul Diritto d'Autore che prevede per la cessione dei diritti di edizione una durata massima di venti anni. Va da sè che nessuna persona con un minimo di buonsenso dovrebbe MAI firmare un contratto che comprenda una clausola del genere.

3 - Le provvigioni di cui sopra verranno riconosciute solo se le vendite totali raggiungeranno almeno le 250 copie (cumulative) nel periodo contrattuale.

Le provvigioni, cioè le royalty, verranno corrisposte all'autore solo se l'editore venderà più di 250 copie. Questo è un espediente abbastanza tipico con cui alcuni piccoli editori mettono il rischio imprenditoriale, che dovrebbe essere esclusivamente a carico dell'editore/imprenditore, sulle spalle degli autori. Non solo siamo in contrasto ancora una volta con la Legge sul Diritto D'autore (633/1941) che all'art. 118 definisce il contratto di edizione: «Il contratto con il quale l'autore concede ad un editore l'esercizio del diritto di pubblicare per le stampe, PER CONTO E A SPESE DELL'EDITORE STESSO, l'opera dell'ingegno», ma è chiaro che, visto quanto dicevamo sopra sull'arbitrarietà nello stilare i rendiconti, questo espone un autore al rischio di non essere pagato mai. Inoltre, è risaputo quando sia difficile per un piccolo editore vendere 250 copie di un autore sconosciuto, quindi il tetto delle 250 copie vendute per poter procedere a pagare l'autore, è un modo per evitare di pagare le royalty all'autore sulle poche copie certe che saranno probabilmente le uniche ad essere vendute.

Insomma, concludendo: nei contratti in nostro possesso della Zerounoundici (datati tra il 2010 e il 2011) sono incluse una o più delle tre clausole di cui sopra. Non solo, grazie a una segnalazione di Laura Schirru, scopriamo che queste clausole sono ancora presenti nel contratto standard che la casa editrice ha reso pubblico sul proprio blog, contratto che, per motivi che non ritiene utile precisare, la casa editrice dichiara di non essere disposta a trattare in alcun modo, dichiarando esplicitamente invece che se gli autori hanno qualcosa da ridire su tale contratto possono rivolgersi ad altri editori.

Possiamo dunque affermare che, in base alla documentazione in nostro possesso e in base a quanto riportato dalla casa editrice stessa sul proprio sito, la Zerounoundici sottopone agli autori un contratto standard che contiene clausole vessatorie, estremamente svantaggiose per gli autori, e in alcuni casi anche in contrasto con la Legge sul Diritto D'autore.
Come si pone questa nostra affermazione rispetto al rischio di querela per diffamazione? Serenamente, perché corrisponde a tutte e tre le condizioni perché la verità non sia diffamazione:

1) Possiamo provare che quanto affermiamo è la verità perché abbiamo copia delle bozze di contratto e perché il contratto standard della Zerounoundici è visibile sul sito dell'editore (a meno che non lo tolgano in seguito a questo post, ma in quel caso disponiamo comunque delle copie dei contratti del 2010 e del 2011).

2) Le nostre affermazioni sono di pubblica utilità, perché possono essere utili ad autori inesperti a individuare clausole svantaggiose e/o vessatorie che, in mancanza di esperienza in contrattualistica editoriale non sarebbero invece in grado di individuare.

3) Ci siamo espressi nella più serena obbiettività, senza bisogno di ricorrere all'insulto.

Invitiamo dunque tutti gli autori furiosi nei confronti di un editore inadempiente o che si comporta in modo scorretto, a non TEMERE mai di dire la verità ma di dirla senza perdere mai la calma, perché la verità può essere utile a mettere in guardia altri autori dalle stesse trappole, da comportamenti scorretti sopravvenuti solo dopo la firma del contratto, da inadempienze più o meno gravi da parte degli editori. L'importante è che la verità sia PROVABILE, SOCIALMENTE UTILE e ESPRESSA CON SERENA OBBIETTIVITA'.

Denunciare una bozza di contratto che contiene clausole vessatorie, il comportamento scorretto o l'inadempienza di un editore, è dunque GIUSTO E SACROSANTO. Basta stare attenti alle parole che si usano, basta dire la verità senza ricorrere all'insulto gratuito.

Carolina Cutolo

Grazie a Bibliocartina e a Laura Schirru

mercoledì 17 aprile 2013

La passività dell'esordiente

Segnaliamo un articolo molto interessante di Matte B. Bianchi che analizza l'approccio passivo e sciatto di molti aspiranti scrittori. C'è da imparare, in sostanza, che scrivere e ottenere una buona pubblicazione non è e non può essere un piatto pronto da mettere nel microonde 2 minuti e via, ma è un lavoro faticoso che richiede impegno e costanza senza garanzie né certezze. Mettiamoci una pietra sopra, dunque, e rimbocchiamoci le maniche invece di sperare nel "colpo gobbo" di cui parla Ermanno Cavazzoni ne Il limbo delle fantasticazioni, pubblicato da Quodlibet, che consiglio a tutti di leggere.

Ecco invece il pezzo di Matteo B. Bianchi sulla passività dell'esordiente:


Buona lettura
Carolina Cutolo

lunedì 8 aprile 2013

Per chi ancora difende l'editoria a pagamento

Siamo lieti di segnalarvi un post di Michela Murgia che sintetizza molto efficacemente le deboli (e talvolta arroganti) argomentazioni degli autori che hanno pubblicato a pagamento e a cui un'evidente coda di paglia impedisce di giudicare la questione EAP con un minimo di senso critico. Pubblichiamo un breve ed eclatante stralcio:

«Perché mi vuoi negare il diritto di pubblicare?
Tutti hanno diritto di scrivere, ma non esiste il diritto di pubblicare, perchè pubblicare è un mestiere con delle regole e dei passaggi di verifica della qualità del lavoro. Pubblicando a pagamento tu li hai saltati: il risultato finale non è una pubblicazione, ma una stampa. Anche se ha il codice ISBN».

Il post per intero lo trovate qui:
Buona lettura.

venerdì 29 marzo 2013

Sostieni Scrittori in Causa

Tre anni fa Alessandra Amitrano, Simona Baldanzi, Sergio Nazzaro ed io, abbiamo fondato Scrittori in Causa, perché a seguito di seri problemi con i nostri primi editori, abbiamo trovato profondamente ingiusto che non esistesse un punto di riferimento informativo e legale gratuito, a cui chiunque potesse rivolgersi in caso di contenzioso con il proprio editore, per ricevere un'assistenza seria e professionale senza pagare le cifre spesso esorbitanti che gli studi legali richiedono, e che in pochi (soprattutto di questi tempi) possono permettersi di affrontare.

Abbiamo studiato (e continuiamo a consultare, per ogni singola vicenda e contratto di edizione che ci vengono sottoposti) la Legge sul Diritto d'Autore e il Codice di Procedura Civile in materia di contratti, ci siamo avvalsi dell'aiuto di esperti del settore editoriale e addetti ai lavori che hanno voluto condividere con noi le loro competenze, abbiamo ascoltato i suggerimenti spesso molto preziosi dei nostri stessi lettori, abbiamo visionato centinaia di contratti di edizione e studiato altrettante vicende editoriali. Grazie a tutto questo oggi Scrittori in Causa è diventato quello che abbiamo sempre sognato: un punto di riferimento reale, competente e professionale al quale qualunque autore può rivolgersi nel massimo riserbo per ricevere gratuitamente:

1 - un aiuto concreto per svincolarsi da un contratto capestro o da un contenzioso con il proprio editore;

2 - un'analisi approfondita della bozza di un contratto di edizione che gli viene sottoposta;

3 - assistenza nella delicata fase di trattativa prima della firma del contratto fino al raggiungimento di un accordo formale realmente vantaggioso per entrambe le parti.

Oggi Alessandra, Simona e Sergio lavorano ad altri progetti altrettanto importanti e di pubblica utilità, mentre io (grazie a tutto il lavoro di confronto e costruzione del blog fatto insieme nei primi due anni) continuo dedicare con gioia e convinzione il mio tempo e la mia competenza a questo progetto, e a seguire personalmente ogni singola consulenza contrattuale e vincenda editoriale per la quale ci viene chiesta assistenza.

Tutto questo continuerà a essere COMPLETAMENTE GRATUITO, perché crediamo profondamente che la giustizia non debba essere proporzionata alla disponibilità economica, e se possiamo fare qualcosa perché la giustizia sia davvero accessibile a tutti indipendentemente dal portafogli, lo facciamo e continueremo a farlo.

Fatta questa importante premessa, ho deciso di inaugurare la possibilità di una donazione facoltativa, un po' perché la quantità di ore settimanali che dedico alle consulenze negli ultimi mesi è diventata effettivamente importante, un po' per dare una risposta agli autori per i quali abbiamo fatto la differenza che ci chiedono in che modo possono aiutarci concretamente a sotenere il nostro progetto.

Dunque, se conosci già il nostro lavoro perché ti abbiamo aiutato a risolvere concretamente un problema legato a un contratto o a un editore, ma anche se semplicemente vuoi sostenere il nostro progetto perché anche tu credi sia giusto poter accedere gratuitamente a consulenze dettagliate sui contratti editoriali e a una seria assistenza legale, da adesso puoi sostenerci effettuando una piccola simbolica donazione che ci aiuti a continuare a fornire il nostro aiuto gratuitamente, cliccando sul tasto "Donazione" nella colonna di destra di questo blog.

Grazie
Carolina Cutolo

giovedì 7 marzo 2013

Finalmente un corso editoriale serio e gratuito

Per chi abita a Roma segnaliamo questo corso organizzato dall'agenzia letteraria Vicolo Cannery, che fin dal titolo svela l'intento (oltre naturalmente a quello di informare) di smantellare la vanagloria che contraddistingue molti ingenui approcci al mondo editoriale:


Il corso è COMPLETAMENTE GRATUITO. Carolina Cutolo di Scrittori in Causa sarà presente sabato 16 marzo alle 15:30 insieme a Wu Ming 2 per parlare dell'editoria dal punto di vista degli autori. Ma consigliamo la partecipazione a tutti gli altri interessantissimi incontri:


Vi invitiamo a firmare i commenti con nome e cognome come da regolamento di questo blog. Redazione Scrittori in Causa.

mercoledì 20 febbraio 2013

Tre anni di Scrittori in Causa: un bilancio

In questa intervista su Il Malpensante facciamo il punto sul lavoro di Scrittori in Causa.
Riportiamo un breve stralcio:

È ancora possibile pubblicare nel nostro paese? Esistono cioè ancora buoni editori che si occupano di scoprire autori e pubblicarli, oppure dobbiamo dimenticare quell’idea di editoria?
Per fortuna esistono in Italia anche molti piccoli editori che lavorano sodo e professionalmente con e per gli autori. Editori che sopravvivono a stento di questi tempi, ma che preferirebbero chiudere i battenti piuttosto che aggirare gli autori o mettere sulle loro spalle il rischio imprenditoriale. Tra l'altro spesso i piccoli editori riconosciuti nell'ambiente editoriale come seri e attenti a chi e a cosa pubblicare, spesso vengono osservati da editori maggiori in cerca di novità. Insomma, una prima pubblicazione seria e dignitosa con un editore piccolo ma stimato è il piede giusto con cui provare ad accedere al mondo dell'editoria e a pubblicare, che non è e non può essere una certezza, non arrendiamoci quindi al primo pseudo-editore che ci chiede soldi per pubblicarci, ma andiamo avanti per la nostra strada e accettiamo come perfettamente normale e non drammatico il fatto che un editore degno di questo nome e disposto a pubblicare il nostro lavoro potremmo anche non trovarlo, perché nessuno è mai morto per non aver pubblicato e perché, come scriveva Simone De Beauvoir in Memorie d'una ragazza per bene: «La scrittura esige virtù scoraggianti, sforzi, pazienza; è un'attività solitaria in cui il pubbico esiste solo come speranza».

Vi invitiamo a firmare i commenti con nome e cognome come da regolamento di questo blog. Redazione Scrittori in Causa.

sabato 26 gennaio 2013

Se vinci e ti chiedono soldi: denunciali

Ci arrivano ormai periodicamente segnalazioni di concorsi letterari indetti da editori che chiedono ai vincitori del denaro per ritirare il premio, proprio come nelle vicende della Leonida Edizioni e della MCG Edizioni che abbiamo trattato in questa sede, scoprendo peraltro che queste due case editrici avevano millantato per i rispettivi concorsi dei patrocini istituzionali mai assegnati. Solitamente il premio in palio è la pubblicazione delle opere vincitrici, per pubblicare le quali viene chiesto agli autori denaro in diverse forme (contributo dell'autore, impegno all'acquisto di copie, editing e vari servizi letterari a pagamento, ecc). Vi ricorda qualcosa? Sì, si tratta a tutti gli effetti di editoria a pagamento che si ricicla in questa nuova forma, quella di indire concorsi letterari nel cui bando non compare l'informazione che una volta ottenuta la vittoria, e dunque la pubblicazione dell'opera con l'editore che ha indetto il concorso, si dovrà pagare per ritirare il premio.

A questo proposito, una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea, ha confermato che se al consumatore viene richiesto di versare denaro o sostenere un costo di qualsiasi natura per poter avere informazioni su un premio vinto o per entrarne in possesso, ci troviamo di fronte ad una pratica commerciale scorretta.

Leggiamo dalla sentenza:

«Direttiva 2005/29/CE – Pratiche commerciali sleali – Pratica consistente nell’informare il consumatore del fatto che ha vinto un premio e nell’obbligarlo, al fine di ricevere tale premio, a sostenere un costo di qualsiasi natura».

Sempre dalla sentenza leggiamo la definizione del caso in cui, per esempio, nel bando nel concorso non compaia la fondamentale informazione che per ritirare il premio, cioè nel nostro caso ottenere la pubblicazione dell'opera, ai vincitori sarà chiesto del denaro:

«“falsare in misura rilevante il comportamento economico dei consumatori”: l’impiego di una pratica commerciale idonea ad alterare sensibilmente la capacità del consumatore di prendere una decisione consapevole, inducendolo pertanto ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso».

E ancora:

«Dare la falsa impressione che il consumatore abbia già vinto, vincerà o vincerà compiendo una determinata azione un premio o una vincita equivalente, mentre in effetti qualsiasi azione volta a reclamare il premio o altra vincita equivalente è subordinata al versamento di denaro o al sostenimento di costi da parte del consumatore».

La pratica di chiedere soldi ai vincitori viene infatti definita:

«aggressiva in quanto l’allusione a un premio mira a sfruttare l’effetto psicologico creato nella mente del consumatore dalla prospettiva di una vincita».

Non solo la Corte Europea ha stabilito con questa sentenza che ai vincitori di un concorso di qualunque genere non può essere imposto alcun costo, ma anche che non è rilevante il fatto che il costo sia irrisorio: sia ben chiaro dunque a quegli editori che credono di giustificare il fatto di chiedere soldi per pubblicare le opere vincitrici sostenendo che si tratti di costi competitivi rispetto ad altri editori a pagamento, come spesso ci è capitato.

Per chi volesse approfondire rimandiamo all'articolo di Silvia Surano dal quale abbiamo appreso la notizia di questa importante sentenza: Consumatori, premi e pratiche commerciali scorrette.

Concludendo: se hai vinto un premio letterario il cui premio in palio è la pubblicazione dell'opera vincitrice e l'editore che ha indetto il premio ti chiede soldi per pubblicarla, hai la facoltà di denuciarne la prassi scorretta e ingannevole ai tuoi danni, non solo per ottenere giustizia dei tuoi confronti da parte dell'editore truffaldino (e rientrare in possesso dei soldi dell'iscrizione, se li hai versati), ma anche per evitare che questo e altri editori continuino a sentirsi impuniti e liberi di organizzare queste trappole ai danni degli aspiranti scrittori.

Carolina Cutolo


Vi invitiamo a firmare i commenti con nome e cognome come da regolamento di questo blog. Redazione Scrittori in Causa.

venerdì 4 gennaio 2013

Hai vinto! Ma se non PAGHI non ritiri il premio

Dopo la vicenda della Leonida Edizioni, che ha chiesto denaro per pubblicare l'opera di un'autrice che si era piazzata seconda al concorso letterario Gaetano Cingari, e che nel bando del concorso aveva millantato Patrocini pubblici poi smentiti dalle istituzioni in questione, torniamo a parlare di un concorso letterario in cui classificarsi tra i vincitori significa pagare (e se non si paga si perde diritto al premio), e per il quale cominciano ad arrivare smentite di concessione di Patrocini. Ma andiamo per ordine. 

Il concorso letterario di cui parliamo si intitola “Voi, gli autori didomani”, è alla sua prima edizione ed è indetto dalla MCGManagement - MCG Edizioni.

Un'Autrice che si è piazzata tra i vincitori del concorso ha ricevuto un'interessante email dalla titolare della casa editrice, ce l'ha inoltrata e ci ha autorizzati a pubblicarla. Ringraziandola per la sua segnalazione e per il suo consenso alla diffusione, partiamo dunque proprio dal testo della lettera, sorvolando sui numerosi refusi ed evidenziando invece in neretto e sottolineato alcuni passaggi che di seguito commenteremo, eccola:


---------- Messaggio inoltrato ----------
From: "Maria Grazia Catanzani" <@>
Subject: OPERA VINCITRICE PREMIO "VOI, AUTORI DI DOMANI" -
UN BEL REGALO DI NATALE DA MGC EDIZIONI!!

Gentilissimo Autore,

in un giorno così importante quale è il Natale, Le comunichiamo, con la presente che nell'ambito del prestigioso premio letterario in oggetto, la Sua opera e' risultata VINCITRICE tra i primi 30 classificati della 1° Edizione del Premio “Voi, Autori di domani 2012” di MGC Edizioni con MGC Management. 

Nel farle i più vivi complimenti per lo splendido risultato - conseguito tra centinaia di opere in gara, quasi tutte di ottimo livello - la informiamo che la Giuria ha deliberato di premiarLa con una eccezionale proposta editoriale, come previsto dal bando del Premio, il cui fine è quello di riconoscere particolare merito al Suo lavoro. 

La casa editrice MGC Edizioni, partner e sponsor del Premio, pubblicherà in formato e-book e cartaceo la Sua opera.
Come ben saprà, ormai l'editoria viaggia "in rete": non a caso lo slogan che contraddistingue MGC Edizioni recita:"Il tuo libro verso il futuro" ma con un occhio alla “tradizione”. 

Fin d'ora possiamo dirLe che pubblicare con MGC Edizioni, accanto a personaggi come Martufello, Laura Efrikian e altri grandi personaggi che verranno, di fatto diventando loro "colleghi", e' un modo non indifferente per farsi conoscere.

martedì 18 dicembre 2012

Se non scrivi tutti i giorni, non sei uno scrittore.

Da un post di Vanni Santoni (che invito a leggere per intero), pubblicato sul Blog di Veronica Tomassini:

"Se non scrivi tutti i giorni fino a logorarti, non sei uno scrittore. Se non scrivi tutti i giorni fino a mutare personalità (e in peggio, si capisce: notti insonni, idiosincrasie, disfunzioni relazionali, fissazioni, introversione oppure sindrome istrionica oppure entrambe, feticismo, superstizione, schematismo ossessivo oppure disposofobia, eccesso di sangue o collera o flemma o malinconia), non sei uno scrittore. E il brutto è che, anche se lo fai, non è detto che tu sia uno scrittore. E peggio ancora è il fatto che – se prendi sul serio, come immagino, la letteratura – anche quando avrai messo il tuo nome accanto a quei bei marchi storici, i tuoi compagni di catalogo, quelli antichi e grandi, ti diranno: non ci siamo, non ci siamo per niente. Il bello però – c’è anche un lato bello, sì – è che l’unica risposta da dare, se ancora “non ci sei”, è una sola, e semplice, e sempre la stessa: più ore, più ore di scrittura".

Vi invitiamo a firmare i commenti con nome e cognome come da regolamento di questo blog.

martedì 4 dicembre 2012

Editori a pagamento a Più Libri Più Liberi

Articolo uscito sabato 1/12/12 su Orwell, l'inserto culturale del quotidiano Pubblico.

Se è a pagamento non è editoria. Punto.

Gli editori a pagamento, imprenditori invalidi (o finti tali) che mettono il peso del rischio d’impresa sulle spalle degli autori, sono sempre esistiti. Oggi però, grazie alla crescente domanda di pubblicazione ad ogni costo da parte degli autori, si sono sviluppati e moltiplicati come non mai. Insomma: autori che non scelgono, pubblicati da editori che non scelgono. E questo in un ambito in cui invece la scelta è un elemento determinante, sia per l’autore che dovrebbe cercare, pur faticosamente, il percorso editoriale più costruttivo e favorevole, sia per l’editore, che dovrebbe costruire la propria credibilità di imprenditore culturale proprio sulla selezione.

L’importanza di decidere cosa pubblicare e cosa no (sia dal punto di vista dell’editore che da quello dell’autore) viene individuata perfettamente da Italo Calvino nella famosa lettera del 1954 a Mario Ortolani: «ma che ti piglia? Avertela a male per un manoscritto rifiutato? Ma ti sembra il caso? Fallito: e perché? Falliti sono quei poveretti a cui editori troppo indulgenti […] hanno pubblicato i primi libri […] e poi non hanno saputo continuare e hanno visto la critica trascurarli, il pubblico dimenticarsi di loro… Quelli sì che sono casi tristi […]. Se le reazioni dei primi lettori non sono completamente favorevoli non pubblico: perché dovrei pubblicare? Farei il mio danno: è un sacrificio, ci ho faticato e sperato, ma si deve pubblicare solo quel che si è sicuri che è compiuto, che ha raggiunto quello che voleva raggiungere».

Analogamente, ma in relazione alla situazione attuale dell’editoria, Gian Carlo Ferretti, nell’ultima parte del suo Siamo spiacenti – Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti, appena pubblicato da Bruno Mondadori, rileva come la straordinaria facilità di pubblicazione emersa negli ultimi anni nasconda in realtà diversi svantaggi: «significa molto spesso mancanza di filtri critici e di mediazioni culturali, portando così addirittura a una certa svalutazione dell’atto stesso della scrittura. […] Al tempo stesso restare inediti appare quasi impossibile, e la stessa figura eroica o patetica, ansiosa o fiduciosa, sofferente o baldanzosa dello scrittore inedito rifiutato tende a scomparire. Ma ne compare un’altra, quella dello scrittore abbandonato, che è il frequente doloroso risvolto del facile passaggio dall’inedito all’edito».

Se per gli editori a pagamento sembra impossibile rinunciare al denaro degli autori, gli autori sembrano non prendere neanche in considerazione la possibilità di non pubblicare affatto. Giorgio Fontana, il 25 novembre scorso nel suo intervento al Writers Festival di Milano, pone una domanda fondamentale e nient’affatto oziosa: «perché scrivere con il fine di rendere pubblico ciò che si scrive?», e riferendosi alla recente decisione di Philip Roth di abbandonare la scrittura, sostiene la nobiltà di questo tipo di scelta soprattutto per chi invece a pubblicare non ha ancora cominciato: «a me interessa molto di più uno sconosciuto che, nel silenzio della propria totale oscurità, rinuncia senza clamori e per semplice rispetto — perché a suo giudizio sa di non poter fare abbastanza. Compie un gesto per cui va ringraziato: rinuncia al desiderio malato di dire la propria, rinuncia alla santificazione di ogni opinione, rinuncia all’idea che poter pronunciare una parola significhi doverla pronunciare, e che la libertà coincida con il suo esercizio sempre e comunque».

Ma è dunque tutta colpa della febbre da pubblicazione di questi nuovi aspiranti scrittori se la prassi viziata dell’editoria a pagamento (che insieme ai soldi si accaparra anche i diritti esclusivi delle opere) ha tanta fortuna? In molti, tra gli addetti ai lavori e gli scrittori che pubblicano normalmente a spese dei propri editori, sostengono di sì, e liquidano la questione considerando che chi è così babbeo da pagare, se lo merita. Come se la questione non li riguardasse, come se questo fenomeno ormai vastissimo non fosse un segnale preoccupante di un quadro molto più ampio, di una distorsione profonda e diffusa del senso e della natura dell’editoria che non può essere ignorata o sminuita sbrigativamente come problema altrui, e che andrebbe invece affrontata con decisione non solo dai singoli operatori culturali, ma anche e soprattutto dagli organismi più importanti e influenti.

Un segnale positivo in questo senso è arrivato da una netta e inequivocabile presa di posizione del Presidente dell’AIE (Associazione Italiana Editori) Marco Polillo, che durante un’intervista per Libriblog ha dichiarato: «L’editore fa questo mestiere rischiando del suo, perché crede nel prodotto che fa e crede nel fatto di portare al pubblico attraverso i canali, le librerie soprattutto e la grande distribuzione, dei testi che ritiene meritevoli di essere letti e accettati dal lettore. […] L’editore a pagamento in realtà non è un editore, è uno stampatore. […] Chi pensa o si propone di fare l’editore facendosi pagare una quota a parte o anche l’intera parte dall’autore stesso, non è più automaticamente un editore. […] Sono contrarissimo agli editori a pagamento».

É importante che un organismo autorevole come l’AIE finalmente stigmatizzi una prassi editoriale che, azzerando la componente selettiva della pubblicazione, snatura e delegittima completamente il ruolo cruciale dell’editore come soggetto culturale. Sorprende non poco quindi, alla luce di questa significativa dichiarazione di Polillo, scoprire dalla cartella stampa di Più Libri Più Liberi (la fiera della piccola e media editoria che si svolgerà dal 6 al 9 dicembre prossimi a Roma e organizzata proprio dall’AIE) che fra gli espositori figurano ben 26 editori a pagamento (presenti nella lista Writer’s Dream consultabile sul blog Lipperatura). Non dovrebbe la più importante e influente associazione italiana di editori avvalorare le parole con i fatti e fare a sua volta una scelta di qualità tenendo fuori dalla fiera gli editori a pagamento, cosicché agli occhi dell’aspirante scrittore non si mimetizzino e confondano con gli editori invece degni di questo nome? È proprio vero che certe volte, come sostiene Ferretti all’inizio del suo saggio, «Niente è meglio di un rifiuto».

Carolina Cutolo
[Da Orwell del 1/12/12] 


Vi invitiamo a firmare i commenti con nome e cognome come da regolamento di questo blog.

mercoledì 21 novembre 2012

Recensioni a pagamento

Purtroppo siamo ormai abituati alle cosiddette "recensioni-marchetta" su riviste, magazine e inserti culturali, quelle recensioni cioè che osannano un libro e il suo autore in maniera palesemente eccessiva rispetto alla reale qualità del testo in oggetto, e pertanto fanno sorgere seri dubbi sull'onestà intellettuale del recensore e sulle reali motivazioni di tale sproporzione di lodi: cui prodest? A chi giova tutto ciò? Seguono inevitabili ipotesi complottistiche su scambi di favore e poteri editoriali, neanche poi tanto campate in aria.

Un'altra prassi più nascosta, ma non meno nefasta, sono le recensioni a pagamento, spesso scritte dallo stesso autore dell'opera che versa una somma più o meno cospicua a un "contenitore" che vende gli spazi per le recensioni direttamente agli autori, snaturando completamente l'idea stessa di critica letteraria e, di fatto, ingannando i propri lettori sulla qualità di un libro, per questioni di mero lucro.

Pubblichiamo, a proposito di narcisismo dello scrittore e recensioni a pagamento, un illuminante racconto di Cristò, tratto dal suo blog:


Di Cristò

Lo scrittore è un essere delicato. Quando si sveglia, se ha sognato, cerca di ricordare e si danna nel tentativo di riafferrare il senso narrativo di quelle immagini sparse che gli sono rimaste nella testa. Poi prepara il caffè, lo beve, fuma una sigaretta. Intanto continua a rimuginare su quelle immagini oniriche, cerca di metterle a fuoco, di collegarle tra loro. (Lo scrittore sa che della vita, come del maiale, non si butta via niente).
Ha un romanzo in sospeso, lo scrittore, e sa che l'ispirazione è una truffa romantica, che ci sono momenti in cui le centoventimila battute (spazi compresi) che raccontano la prima metà della sua storia sembrano inconsistenti, inutili, terribili, vuote e altri momenti in cui sembrano liriche, potenti, commoventi, perfette. Sa anche, lo scrittore, che ci sono momenti in cui non si riesce ad andare avanti, momenti in cui ogni parola aggiunta è una conquista e altri momenti in cui bisogna frenare la cascata, in cui le dita sulla tastiera fanno fatica a star dietro alle parole. Lo scrittore sa che quella cascata è uno dei pochi motivi per cui è bello vivere. Lo scrittore spera che quella cascata sia la ragione per cui sarà decente persino morire.

lunedì 29 ottobre 2012

Marco Polillo: "L'editore a pagamento non è un editore"

Marco Polillo, Presidente AIE (Associazione Italiana Editori), sull'editoria a pagamento (grazie a Celeste Napolitano per la segnalazione):



Ecco invece un'interessante riflessione di Editor In Maniototo che mette in luce le contraddizioni di Polillo e della politica dell'AIE, riportiamo un passaggio:

"è pieno di stampatori iscritti all’AIE (e le pagano la quota dovuta); è pieno di stampatori che partecipano a più libri più liberi e via fiereggiando; è pieno di stampatori che hanno il contratto con le messaggerie libri, pde e via distribuendo. Ed è pieno di librerie che per questo motivo sono costrette a mettere sugli scaffali un bel po’ di libri di EAP".

La solfa degli EAP sull'autopromozione dell'autore

Un caso di richiesta di denaro all'autore dopo la firma di un contratto di edizione che non la prevedeva.

Pubblichiamo la lettera di un'autrice che, dopo aver rifiutato di pagare un editore che le chiedeva un impegno all'acquisto di copie, ha firmato una seconda versione del contratto in cui questo impegno non compariva, ma, dopo aver firmato, si è vista chiedere ugualmente dall'editore di acquistare le copie del suo libro, spacciando questa richiesta per normale prassi di auto-promozione dell'autore, oltretutto come se non fossero mai intercorsi gli accordi precontrattuali che prevedevano il rifiuto dell'autrice a pagare all'editore qualunque cifra per qualunque motivo.
Ringraziamo l'autrice per il consenso alla pubblicazione e aggiungiamo di seguito la nostra risposta che, includendo riferimenti alla Legge sul Diritto d'Autore (n.633/1941) e al Codice di Procedura Civile in materia di contratti, potrebbe risultare utile a quanti si trovassero in una situazione simile.
Buona lettura!

Buongiorno,
sono una scrittrice esordiente che per ingenuità è incappata in un problema e si trova incastrata e vincolata in un limbo che non si sblocca.
La casa editrice in questione mi ha contattato proponendomi prima un contratto con obbligo di acquisto di copie, al mio rifiuto di tale genere di accordo (ho espressamente ribadito il fatto di non essere interessata a vincoli che mi obblighino a un onere a mio carico) me ne hanno mandato un altro senza alcun obbligo di acquisto che ho accettato e firmato.
Dopodiché mi sono ritrovata in questo spiacevole botta e risposta che vi riporto a seguito:

EDITORE:
Buongiorno,
procediamo con la stampa. I libri saranno pronti per lunedì.
A tal proposito vorremmo sapere il numero di copie da riservarle per aggiungerle alla stampa.
I lotti consigliati sono:
nr. 50 copie euro 600,00
nr. 70 copie euro 784,00
nr 100 copie euro 1.040,00
Oltre le 70 copie applichiamo uno sconto maggiore.
In attesa, saluti

AUTRICE:
2 copie per me sono sufficienti.

EDITORE:
Buongiorno,
il lotto minimo giustificabile sono 50, come da mail precedente.
Saluti

martedì 16 ottobre 2012

Dialogo con un editore a pagamento

Per la serie Racconti in Causa, siamo lieti di pubblicare un breve racconto di Marisa Salabelle, che riporta un dialogo realmente avvenuto tra l'autrice stessa e un editore a pagamento che cercava di convincerla a sborsare la modica cifra di 3.600 euro.
Approfittiamo per ribadire che siamo contrari all'editoria a pagamento non solo perché non ha senso che un editore si impossessi dei diritti di pubblicazione e commercializzazione di un'opera e per questo si faccia pagare dall'autore (è come fare acquisti in un negozio e una volta arrivati alla cassa pretendere che ci paghino invece di pagare), ma anche perché l'editoria a pagamento è palese in contrasto con l'Art. 118 della Legge sul diritto d'autore n.633/1941, che così definisce il contratto di edizione: «Il contratto con il quale l'autore concede ad un editore l'esercizio del diritto di pubblicare per le stampe, per conto e a spese dell'editore stesso, l'opera dell'ingegno».
Buona lettura.


Dialogo tra un’autrice esordiente e un editore

Di Marisa Salabelle

La sede della casa editrice occupava un’intera ala di un grande palazzo modernissimo, in una zona periferica. Doppia porta a vetri, col logo della casa editrice e l’apertura automatica. Ascensore, sala d’attesa con divano e poltrone, un tavolino basso coperto di opuscoli e brochure. Una segretaria gentilissima che ci fece accomodare, e dopo pochi minuti l’editore, un uomo di circa quarant’anni, vestito con pantaloni di velluto e un pullover beige, capelli corti, lineamenti regolari, una gentilezza nervosa, una stretta di mano veloce. Attraversammo un lungo corridoio sul quale si aprivano numerosi uffici con tavoli sovraccarichi di materiale e varie persone impegnate nel lavoro. Entrammo nel suo ufficio: era uno dei titolari della casa editrice, si interessava in particolare di esordienti, il mio libro non l’aveva letto, no, lui i libri non li leggeva, ma l’avevano letto due suoi collaboratori e in base al parere espresso da questi ultimi pensava di pubblicarlo in una collana di gialli.
«Ho qualche dubbio, gli dissi, perché il libro non è propriamente un giallo».
Come, rispose, prese una scheda e mi lesse un breve riassunto del romanzo.
«Sì, la trama la so, dissi, certamente c’è un delitto, ci sono delle indagini, e tuttavia non lo definirei un giallo».
«Be’, allora si decida, signora, è un giallo o non lo è?»
«Ecco, il delitto e le indagini sono un po’ un pretesto… se fossi un lettore di romanzi gialli, e trovassi questo romanzo in una collana di gialli, forse lo troverei un po’ esile… perché non è veramente un giallo…»
«Allora, se lo dice anche lei che è esile!»