«La scrittura esige virtù scoraggianti, sforzi, pazienza; è un'attività solitaria in cui il pubbico esiste solo come speranza».

Simone De Beauvoir, Memorie d'una ragazza perbene (trad. di Bruno Fonzi)

venerdì 25 novembre 2011

Dividi e impera

Rispetto ad altre forme di espressione, scrivere è una delle attività più individuali e solitarie. Persino nel momento dell'incontro con il lettore, il legame tra chi scrive e chi legge è indiretto, e i due momenti (lo scrivere e il leggere) possono essere cronologicamente distanti anche anni. Niente di nuovo: a molti autori questa dimensione fuori dal tempo piace, scelgono la scrittura anche per questo motivo.
L’isolamento diventa un problema tuttavia nel momento in cui lo scrittore sente il bisogno di confrontarsi con altri autori sul proprio testo (piuttosto che con amici e parenti che raramente si rivelano interlocutori competenti e imparziali), oppure quando si accinge a firmare il suo primo contratto editoriale e si rende conto di non comprendere molte delle voci in esso contenute o, peggio, quando si accorge troppo tardi delle conseguenze concrete e dannose di un contratto firmato, per esempio, due anni prima.
Alcuni editori favoriscono l'isolamento dei propri scrittori, per timore che, dal confronto delle differenti condizioni contrattuali o dei diversi trattamenti da parte dell'editore, possano nascere sgradevoli lamentele o, peggio, adunanze sediziose che possano metterne in discussione l'autorità e la buona fede.
D'altro canto, alcuni autori, per un ingenuo atteggiamento di eccessiva gratitudine o, invece, di ipocrita piaggeria nei confronti del proprio editore, preferiscono non unirsi ad altri autori in eventuali lamentele, per timore di risultare scomodi, di compromettere contatti editoriali potenzialmente strategici, di essere stigmatizzati come autori fastidiosi.

Scrittori in Causa nasce anche da questa esigenza: rompere il muro di isolamento di chi scrive, per dare la possibilità, a chiunque ne abbia il desiderio o il bisogno di:
- accedere a informazioni preziose sui contratti di edizione e sul mondo editoriale in generale;
- partecipare a un libero confronto tra professionisti che operano nello stesso settore;
- unirsi ad altri autori con cui si condividono gli intenti e fare qualcosa di concreto per mettere finalmente in discussione tutta una serie di convenzioni editoriali che ritengono ingiuste e dannose per l'autore. (Vedi diritto di opzione, compensi, rendiconti, pagamenti, controllo delle copie vendute).

Pubblichiamo un testo di Linda Rando già pubblicato su Writersdream, che affronta proprio la questione dell'isolamento delle identità e sottolinea, al contrario, l'importanza di unirsi come unica via per cambiare le cose.


Dividi et impera
 
Di Linda Rando

Leggevo su Lipperatura dell’emergenza informazione: i tg nascondono, censurano, portano in primo piano il gossip; le testate nazionali fanno la stessa cosa, le free press idem. Poi ci sono i blog letterari che, si diceva su Sul Romanzo, sono sempre più in crisi.
E, da tempo, si parla della difficoltà di perforare il muro dell’anonimato, dell’impossibilità di emergere, della difficoltà di far sentire la propria voce.
Se ne parla da tempo, ma ultimamente il mormorio si è fatto più forte. Molto più forte.
Si cerca la visibilità, si cerca di far affiorare voci, idee, pensieri; Facebook sembrerebbe aiutare la causa, scioperi e iniziative spesso raccolgono centinaia di migliaia di adesioni; in realtà, un click su FB corrisponde a un’azione reale solo nel 10% dei casi. A voler essere ottimisti.
Facebook è un’ottima valvola di sfogo: si permette alla gente di gridare, di urlare, di portare alla luce i propri pensieri. La gente passa, commenta, dà il suo sostegno e poi tutti a giocare su Farmville, più rilassati e con la coscienza un po’ più pulita.
Dividi et impera.

Di blog ne nascono a iosa, spesso con ottime intenzioni e ottime idee; ma far emergere un blog non è facile, nemmeno quando le idee sono buone e i contenuti eccellenti. E per ogni buon blog alla luce ce ne stanno mille, migliori, al buio.
Dividi et impera.
Forum, siti, riviste letterarie: negli ultimi anni sono nati come funghi; le riviste, poi, nonostante qualcuno le proclamasse spacciate, spuntano una dietro l’altra. La cosa buffa è che nel 90% dei casi hanno idee e contenuti, se non simili, identici.
Spessissimo nascono da un “distaccamento” da un sito/forum/rivista più grande, e portano avanti le stesse idee della sorella maggiore.
Dividi et impera.
Io mi chiedo cosa accadrebbe se quella massa di lettori, scrittori, gente che ha qualcosa da dire, mettesse da parte per un attimo la propria voglia d’indipendenza, di identità prettamente personale, e si fermasse a riflettere sulle potenzialità di un’unione.
Mi domando, se abbiamo le stesse idee, facciamo le stesse cose, abbiamo gli stessi obiettivi, perché stiamo separati?
Dividi et impera. Non è teoria, non è nemmeno pratica: è la realtà delle cose.
Sicuri che conviene? Sicuri che stiamo facendo la cosa giusta “mantenendo ognuno la propria identità”? E che ce ne facciamo, di quest’identità, se rimane sepolta sotto milioni di altre identità e non ha la forza per mettere in pratica le sue idee, per fare quel che si propone?
Stiamo facendo una cosa furba, una cosa intelligente, o ci stiamo facendo manipolare e stiamo facendo il gioco di qualcuno che ci vuole separati, ignoranti e senza punti di riferimento?
Il contrario di “dividi et impera” è “l’unione fa la forza”.
Linda Rando


Sempre restando in tema, Filippo Anniballi ci ha inviato un suo testo in cui, tra le altre cose, parla del timore dello scrittore di essere discriminato dal mondo editoriale nel momento in cui si unisce ad altri scrittori, aderisce a un progetto scomodo per chi invece gattopardescamente non ha nessuna intenzione di modificare lo status quo. Ne pubblichiamo un significativo frammento:

Ma tipo io, che già fatico a pubblicare, mi iscrivo a SIC (Scrittori in Causa), poi, mettiamo, una grande casa editrice con un mega direttore vuole pubblicare uno dei miei deliri, io sono iscritto a scrittori in menopausa, loro lo vengono a sapere e dicono... mmmhh, questo Phil Sick è un piantagrane... pubblichiamo quell'altro, Phil Well per esempio, lui non è iscritto al sindacato... però se iscrivermi al sindacato (cioè Scrittori in Causa) è buono, una cosa alla Jimmy Hoffa per capirci, non esiterei un secondo.
Filippo Anniballi

Concludendo:
Se vogliamo davvero cambiare qualcosa, tre sono le azioni fondamentali da compiere:

1. mettere da parte ogni timore di infastidire le “alte sfere” e di venire discriminati per questo, perché il timore della discriminazione non è un motivo valido né nobile per non aderire a una causa che si ritiene giusta;

2. unirci ad altre persone di cui condividiamo gli scopi e i mezzi con cui raggiungerli, perché più siamo, più saremo visibili e più sarà difficile subire discriminazioni;

3. agire concretamente, nei tempi e nei modi più rispettosi della nostra individualità, per attuare il cambiamento. Per dirla alla Gandhi: essere il cambiamento che vogliamo vedere nel mondo.

Linda Rando


Vi invitiamo a firmare i commenti con nome e cognome come da regolamento di questo blog. Redazione Scrittori in Causa.

21 commenti:

  1. Uno ci mette anni a tirare su un muro, per scrivere, e voi lo volete rompere?

    Massimiliano Governi

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  2. Perché, per scrivere serve un muro? Francamente, io non ne ho visti in giro. Perlomeno, non ho visto muri eretti per scrivere in solitudine; ne ho visti moltissimi costruiti per recintare il proprio giardinetto da dove fare autopromozione a sé stessi e ai propri amici.
    La condivisione è altro...

    Linda Rando
    http://writersdream.org/

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  3. Chi vuole condividere non vuol fare l'esperienza di una solitudine assoluta. Che è quella che serve per scrivere.

    Massimiliano Governi

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  4. Massimiliano, l'esperienza della solitudine assoluta, durante la scrittura, è una fase irrinunciabile e fondamentale (da madre te lo dico con rinnovata convinzione).
    L'auspicata esperienza della condivisione comunitaria riguarda, invece, la fase successiva, o precedente, a quella della scrittura. Ti ricordi Festa mobile di Hemingway? Gli scrittori si incontravano, si confrontavano, a volte si conformavano, altre volte si allontanavano gli uni dagli altri, ma la vicinanza era ritenuta un'esperienza importante e produttiva.

    Alessandra Amitrano
    Scrittori in Causa

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  5. ci sono due tipi di solitudine, quella che viene favorita da alcuni editori e avallata da alcuni autori, e cioè il muro di cui sopra, e il momento della scrittura, della concentrazione, quello spazio fuori dal tempo che è la dimensione dello scrivere, che al contrario è una scelta e che non è alternativo all'unione con altre teste, altre penne, altre umanità.
    io per esempio per scrivere ho un bisogno assoluto di questa seconda dimensione, ma non potrei mai scrivere se non affondassi le mani e me le sporcassi nel mondo, nelle infinite contraddizioni che animano la realtà quotidiana, nel confronto con altre persone.

    Carolina Cutolo
    Scrittori in Causa

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  6. Un modo per sorvegliarsi, Alessandra. In realtà Hemingway e Fitzgerald si detestavano.

    Massimiliano Governi

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  7. L'esperienza di solitudine assoluta della scrittura, questa devozione all'isolamento e all'attività certosina e continua di erezione di muri non si infrange da sola con la pubblicazione? Questo muro non lo butta giù Scrittori in Causa, ma l'editoria in un fenomeno complesso che si colloca su un mercato del libro di massa. C'è un'attività intima (che poi va sempre a lasciare una traccia anche solo in fogli abbandonati come nel caso di Emily Dickinson) e c'è un'attività pubblica. Pubblicare è condividere. Noi si parla di meccanismi dietro a queste pubblicazioni. Gli altri muri possono rimanere eretti e virili, personalmente l'argomento non mi eccita.

    Simona Baldanzi
    Scrittori in Causa

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  8. Hai quest'ansia di condividere tutto. Scommetto che vai al bagno con la porta aperta, Simona. Ti voglio bene, lo sai, ma anche a me certi tuoi discorsi non mi eccitano.
    Un abbraccio,

    Massimiliano Governi

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  9. Anch'io avrei detestato Fitzgerald... che poi alla fine era Hemingway (che, al contrario, avrei amato) che passava per l'odioso. Questo in effetti è uno dei difetti delle comunità, ma che ci dobbiamo fare zio, prendiamoci il buono.

    Alessandra Amitrano
    Scrittori in Causa

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  10. L'articolo di Linda presuppone che Internet sia un preordinato strumento per moltiplicare a tal punto le informazioni da renderle dispersive e inutilizzabili. È un errore generato da un punto di vista che si è focalizzato sul solo aspetto che gli interessa sottolineare e che gli ricorda un "dividi et impera" che, per essere, avrebbe bisogno di un controllo che il Web non può avere, non su questo piano, almeno. La qualità di un blog non ha niente a che fare con la facilità di diffusione. Da quando l'intelligenza è riconosciuta dagli stupidi? Si pensa che la maggioranza dei lettori siano individui evoluti? Quanti sono i libri di valore nell'editoria di successo? Il Codice Da Vinci è di valore, per voi? Se sì siete tra coloro che di intelligenza non possono parlare, e nemmeno di cultura, che già io non credo sia granché intelligente, dentro al sincretismo che ne caratterizza la confusione.

    http://estremeconseguenze.splinder.com/

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  11. Ah la vanità… che brutta bestia che è. Io lo so anche se non son vanitoso, non mi sentirei di esserlo, dopo la fortuna che ho avuto a esser nato bello e impossibile. Impossibile da pubblicare s'intende. Se fossi un editore mica mi pubblicherei, a che scopo rivelare al mondo chi sono col risultato di essere schivato come un lebbroso? Un editore non deve farsi conoscere per il malnato che è, ma per il magnate che potrebbe diventare se gli capitasse sotto le unghie uno come Dante Alighieri. Oddio… non che Dante io lo pubblicherei, eh no, mica son scemo, la sua Commedia ha impiegato cent'anni a diventare "Divina", e in quei cent'anni si è presa tante di quelle orrende critiche che qualsiasi editore sarebbe fallito solo se avesse avuto l'Alighieri come vicino di casa. Perché, mi chiedo, aspirare a diventare statue di sé stessi, come diceva Pirandello attorno alla condizione nella quale entra chi è famoso? Io sono famoso dentro di me. Certo, non è una condizione sconosciuta a chiunque scriva, indipendentemente da ciò che scrive, lo so, ma almeno la pubblicità è gratis. Moravia - che a me non piace - Marcel Proust - che a me non piace - si sono dovuti auto pubblicare pagando, e se vi capitasse di leggere la contrita e penosa lettera di un editore che aveva rifiutato di pubblicare Proust, inviatagli dopo il suo enorme successo editoriale, sapreste cosa significa essere a lungo felici, ma non sarebbe questo il punto centrale che mi preme delineare. Chi freme per essere dichiarato scrittore, non sarebbe meglio che spingesse più a fondo, dentro di sé, l'immagine che ha di sé, allo scopo di avere qualcosa di pregevole da comunicare al prossimo? In fondo, chi non tocca il fondo, continua ad andare a fondo senza possibilità di darsi spinte alternative… Abituiamoci al sottile fascino della sopravvivenza, mastichiamo l'amaro fiele dell'anonimato, avanziamo penosamente nella marea dell'incomprensione, nella certezza che, da morti, nessuno ci ricorderà. Non è cosa da poco...

    Massimo Vaj
    http://metafisica-vajmax.blogspot.com/

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  12. '' In fondo, chi non tocca il fondo, continua ad andare a fondo senza possibilità di darsi spinte alternative… ''
    Chi non tocca il fondo non attinge alla verità, chi non attinge alla verità non produce nulla di buono.

    Alessandra Amitrano
    Scrittori in Causa

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  13. La Verità ama esser guardata con gli occhi della Certezza assoluta, che sono gli unici in grado di coglierne i principi di stabilità. Non sono gli occhi della mente. L'uomo ha accesso, quando è desto, a questa visione del Vero, perché è figlio della Verità, e quegli occhi speciali sono l'eredità che l'Assoluto gli ha dato. Quegli occhi gli mostrano la riva all'altro lato dell'esistere, dove l'esistenza raggiunge il suo scopo che è sua ragione d'essere. Pochi sono i risvegliati che si fermano a guardare questa altra sponda, ancora meno quelli che mettono i loro piedi nell'acqua per attraversare il limite. Quasi nessuno arriva dall'altra parte, perché quel nuotare implica il lasciare la presa su ciò che non si deve più essere.
    La Certezza è come l'infinità interna del Mistero assoluto, la quale non può esaurirlo.


    Massimo Vaj
    http://metafisica-vajmax.blogspot.com/

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  14. La mènte ménte. La radice della parola 'mènte' è Nous, la stessa della parola 'mentire'.
    Questa mi piace assai: ''Quasi nessuno arriva dall'altra parte, perché quel nuotare implica il lasciare la presa su ciò che non si deve più essere.''

    Alessandra Amitrano
    Scrittori in Causa

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  15. La ménte ménte sapendo di ménta.

    Carolina Cutolo
    Scrittori in Causa

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  16. che fai, sfotti? hehe

    Alessandra Amitrano
    Scrittori in Causa

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  17. La mente è l'unica realtà che interpreta la possibilità di acquietare se stessa come fosse un'offesa alla propria libertà di esprimersi. La libertà della mente imprigiona la mente nell'autocommiserazione o nell'esaltazione di sé. Quando si vuole offendere qualcuno si dice che non pensa, anche se tutti sanno che il pensiero costituisce la via breve al regno dell'errore. L'Intuito superiore si serve del pensiero, ma non è il pensiero.
    L'uomo pensa di pensare cose pregiate, pur mantenendo ferma la convinzione che il pensiero scaturisca dall'assembramento accidentale di cellule prive di sensi, soprattutto di tatto.

    Massimo Vaj
    http://metafisica-vajmax.blogspot.com/

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  18. Ale non ho resistito! Ma non è una frase mia, l'ho sentita dire :)

    Carolina Cutolo
    Scrittori in Causa

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  19. governi sei il solito idiota

    (commento non firmato)

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  20. I commenti vanno firmati. Poi non firmare un commento del genere è inaccettabile.

    Alessandra Amitrano
    Scrittori in Causa

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  21. Mah... forse questo problema se lo può porre qualche scrittore - cito solo due esempi che ci sono noti perché li abbiamo visti su questo blog - come Cavina o la Murgia, che stravendono (almeno per il momento) e hanno ottimi rapporti con l'editore che ha investito i suoi soldi per crearli come scrittori. Ovviamente non hanno voglia di mettersi contro chi investe su di loro. Forse temono di non trovare poi un altro editore? Ma questo problema del risolvere il divide et impera con l'unione fa la forza può avere un senso solo per un blog come questo, in cui si portano alla luce le magagne di un mondo editoriale fatto di squali.
    Non mi pare che nei più noti blog letterari i critici e gli scrittori (che spesso sono entrambe le cose) si facciano problemi a unirsi. Anzi... a parte le finte litigate e i passeggeri odi reciproci, certo, lì non leggeremo MAI alcun tipo di critica ai loro editori, perché è proprio questo l'inciucio. Sono tutti legati, perché dentro certe case editrici ci stanno proprio loro e sono proprio loro che decidono chi entra e chi no. Certo, qui, più che l'unione fa la forza si parla di azioni di forza. Io vedo che la solita struttura mafiosa domina anche i giovani e certe cricche editoriali che, a dispetto delle loro lamentele sul poco spazio che i giovani hanno nel mondo letterario, proprio loro dominano con controllo feroce e settario certe sue fette ben precise.

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