Di Simona Baldanzi
Su Repubblica del 28 ottobre 2010 ho letto un articolo intitolato “C’era una volta l’editoria”. L’articolo è molto più interessante di quanto fa intendere il sottotitolo “Le pagelle dei libri, così Vittorini bocciò Tolkien”. Vittorini viene spesso citato per le sue stroncature quasi per portarlo ad esempio di consolazione: se anche i grandi si sbagliavano nel passato possiamo accettare che accada anche nel presente. Il rischio e la scommessa fanno parte del gioco editoriale di ieri e di oggi, non è questo che ci preme evidenziare. Piuttosto è il contesto editoriale in cui era calato Vittorini che ci interessa e come sia cambiato rispetto a oggi.
Ferretti, l’ottantenne critico letterario, saggista, già responsabile delle pagine culturali de l’Unità e docente universitario, fa un’analisi chiara riportata all’interno del pezzo che merita di essere riproposta per intero su questo blog per aprire una discussione:
“Il libro non è più frutto di un lavoro collettivo e creativo in un panorama felicemente conflittuale, dove il letterato-editore partecipava al processo della scelta con le sue idee e le case editrici avevano forte personalità e precise identità, verso cui gli autori mostravano una forte appartenenza: si pensi a Italo Calvino con L’Einaudi e Alberto Moravia con Bompiani. Nell’editoria odierna quelle identità non esistono più, così come è venuto meno il senso dell’appartenenza: si assiste a un nomadismo degli autori. Il lavoro è maggiormente centralizzato, prevale la parte commerciale e i libri sono fatti non più per diventare “catalogo”, bensì con logiche sovente stagionali. I buoni libri si fanno ancora […], qualche casa editrice almeno in parte conserva una sua identità: tra queste Feltrinelli, Adelphi, Einaudi, La Terza, Sellerio, e/o, Minimum Fax. […] Nelle case editrici del passato si voleva fare cultura vendendo libri. C’era quella consapevolezza, c’era amore per il libro, anche in chi badava di più al mercato”.Su Repubblica del 28 ottobre 2010 ho letto un articolo intitolato “C’era una volta l’editoria”. L’articolo è molto più interessante di quanto fa intendere il sottotitolo “Le pagelle dei libri, così Vittorini bocciò Tolkien”. Vittorini viene spesso citato per le sue stroncature quasi per portarlo ad esempio di consolazione: se anche i grandi si sbagliavano nel passato possiamo accettare che accada anche nel presente. Il rischio e la scommessa fanno parte del gioco editoriale di ieri e di oggi, non è questo che ci preme evidenziare. Piuttosto è il contesto editoriale in cui era calato Vittorini che ci interessa e come sia cambiato rispetto a oggi.
Ferretti, l’ottantenne critico letterario, saggista, già responsabile delle pagine culturali de l’Unità e docente universitario, fa un’analisi chiara riportata all’interno del pezzo che merita di essere riproposta per intero su questo blog per aprire una discussione:
Questo intervento fa sorgere diverse domande. I letterati-editori da chi sono stati sostituiti? Quali sono le conseguenze nel mondo editoriale e nei libri della perdita di una forte identità da parte delle case editrici? Se non si investe sul catalogo, ma sul libro stagionale, cosa rimarrà, in futuro, di migliaia di libri che escono ogni settimana? Quali conseguenze per la letteratura? L’amore per il libro chi lo sente ancora?
Sul nomadismo degli autori fra le case editrici devo dire che in parte Scrittori in Causa pone delle tesi. Un autore non rimane in una casa editrice per spirito di appartenenza perché la reciprocità di stima e di fiducia alla base del sentirsi parte di qualcosa sono diventati rari, sottili e traballanti. Capita spesso, all’autore esordiente, una delusione conseguente a una forte aspettativa: pensa di avere trovato una famiglia intellettuale che lo ha accolto perché lo vuole pubblicare, che scommette su di lui e sulla sua crescita. E invece può rendersi conto che l’interesse della casa editrice è solo “stagionale” e legata al mercato di quel preciso momento. Dopodiché, come quando finisce la vendemmia, puoi cercarti un altro mestiere o, appunto, un’altra casa editrice. Gli autori sono nomadi perché cercano soluzioni contrattuali migliori, perché spesso le persone che lavorano nelle case editrici migrano e cambiano azienda e così anche l’autore che magari si è trovato bene a lavorare con loro, con il proprio editor, sceglie di seguirli; perché anche le case editrici cambiano e si trasformano sempre più spesso in termini di proprietà, di linea, di obiettivi. Non c’è più una terra editoriale dove mettere le radici e questo, così come avviene con i popoli nomadi, rende gli autori liberi, ma anche fragili, esposti ad attacchi, precari. Il senso di appartenenza a un gruppo sembra far parte solo della cultura del Novecento. Si è discusso molto su questo per quanto riguarda i partiti e le organizzazioni, molto meno per le case editrici, per i gruppi culturali. La disgregazione del partito di massa ha avuto effetti sulla politica. E la disgregazione nel campo culturale quali effetti ha avuto? Ci sono dei germogli in direzione contraria?
L’articolo di Repubblica a firma di Massimo Novelli si conclude riportando una lettera di Gian Paolo Brega, nume tutelare della Feltrinelli, scritta nel ’71 e inviata a Erich Linder, l’agente letterario di tanti scrittori del tempo:
“Oggi in Italia quasi tutti, editori in testa, mirano solo ad un’universale contaminazione di idee e posizioni, così da manipolare meglio il maggior numero di persone, indipendentemente dai loro reali interessi e dai valori che gruppi e classi portano in sé. A danno è ovvio dei subalterni”.
E voi, la situazione oggi, come la vedete?
Simona Baldanzi
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A me sembra che oggi troppi editori, invece di domandarsi perché tanti autori saltino da una casa editrice all'altra, si affannano nell'inventare nuovi cavilli contrattuali per imprigionarli.
RispondiEliminaLa soluzione non è mai nel cercare di cambiare l'altro, ma nel cambiare se stessi: non ci resta che informarci, studiare i contratti, ed imparare da soli ad evitare le trappole degli editori truffaldini.
Se saremo bravi, se saremo tanti, gli editori che coltivano la cattiva abitudine di giocare sporco sul cavillo contrattuale, scopriranno che l'inganno non rende più, e dovranno per forza di cose cambiare di conseguenza il loro modus operandi in favore di un approccio finalmente più rispettoso ed onesto.
Carolina Cutolo
Scrittori in Causa
"Un approccio più rispettoso e onesto".... Carolina mia, questa è utopia. Nella mia vita non ho mai incontrato un editore di questo tipo, dai maggiori e più prestigiosi ai minori. Mai. Parrebbe quasi che le parole "editore" e "onestà" siano incompatibili. E non è solo storia di oggi. Esempi ce ne sono anche nel XIX secolo. E' una cosa bizzarra a dire il vero. Quasi come se l'idea di commercializzare l'arte della parola e ricavarne utili attirasse per la maggior parte degli squali.
RispondiEliminaTra gli antichi Celti la scrittura era amministrata solo dai druidi, usata solo ed esclusivamente a scopi magici e la scrittura in genere proibita, proprio perché si riteneva che la parola scritta possiede un potere enorme e pericoloso e dunque va controllato e gestito solo da chi è in grado di farlo. Da qui l'idea errata che i Celti non avessero scrittura. La loro era, ed è rimasta infatti ancora in Irlanda, una cultura orale, perché la parola parlata si fa viva nel pronunciarsi, mentre la parola scritta è fissata per sempre nell'immobilità della morte.
Forse è per questo che, chi commercia in parole scritte, tende ad essere un vampiro?
Ma, dopo queste considerazioni, io temo che oggi a nessun editore - o pochissimi davvero - interessi la qualità. La qualità ha sempre venduto poco o l'ha fatto a "babbo morto" (autore morto). Interessano profitti "pochi (anzi molti) maledetti e subito". Il che rende ciechi alla qualità. Con la conseguenza di sviste enormi poi.
Gli autori - e anche quelli che vendono centinaia di migliaia di copie - sono costretti a fuggire quando si rendono conto di essere stati gabbati, magari per anni e all'improvviso il rapporto di fiducia su cui si dovrebbe reggere un legame tra autore ed editore, crolla miseramente, anche lasciandosi molta amarezza alle spalle.
Il problema però è che, a questi editori, poco importa, perché vacche ingenue da mungere se ne trovano sempre. Proprio perché molte delle pubblicazioni in Italia sono di autori costruiti a tavolino, per i quali si organizza un battage pubblicitario enorme e di cui si vendono migliaia di copie. Poi, dopo un po', chi ricorderà la futilità di quella scrittura, chi cercherà quelle opere effimere e vuote di significato? Ma intanto se ne sono vendute un bel po' e quello conta.
Ora, fare l'editore è un'impresa a tutti gli effetti e io sono la prima a capire e convenire che un editore deve vedere il potenziale economico in quello che pubblica. E' giusto ed è il suo mestiere.
Quello però che non mi piace e non piace a nessuno di noi, è che poi questo è tutto e il rapporto umano che dovrebbe essere alla base di una materia come la scrittura - che di rapporti umani tratta - non esiste più.
Non sarebbe tanto più utile - e intendo proprio UTILE - per entrambe le parti, stabilire un rapporto fatto di reciproca fiducia con l'autore? Invece l'autore è solo un oggetto da sfruttare e usare.
Ed è per questo motivo che poi si creano le situazioni di cui parla l'articolo.
Aggiungo anche che esiste una grande arroganza da parte di molti editori nel rifiutarsi di ascoltare suggerimenti e consigli, perché sono convinti di sapere solo loro giudicare cosa venderà e cosa no. Salvo poi mangiarsi le mani quando si rendono conto di cosa si sono lasciati sfuggire.
Francesca Diano
http://emiliashop.wordpress.com/
Stiamo attraversndo un momento di grande vuoto, e la cultura, come tutto, ne è investita. L'interesse al prodotto è, nella maggioranza dei casi, esclusivamente commerciale. Questo è un dato di fatto con cui bisogna fare i conti, lamentarsi, secondo me, serve a poco. Serve piuttosto che ciascuno, di quelli bravi, faccia la sua parte, che poi le cose cambino o no chissà, ma in un panorama come questo sicuramente agira bene vuol dire gettare dei semi benefici.
RispondiEliminaVorrei spezzare una lancia a favore di certi piccoli e medi editori che tendono al truffaldino: investono sugli autori (non su tutti). Penso, per esempio, a quanto abbia investito la Castelvecchi su Pulsatilla, il suo primo libro ha venduto moltissimo. Poi è andata con Biompiani e le cose sono andate diversamente. Passare a una casa editrice più grossa vuol dire sicuramente libri bollinati, rendiconti reali (perderebbero più tempo a imbrogliare un piccolo che a non imbrogliarlo) ma, spesso, non essere sostenuti da un buon lavoro promozionale, da una capillare distribuzione ecc.
Secondo me la soluzione, ancora una volta, sta nella responsabilità contrattuale dell'autore. Vai con chi vuoi ma sii consapevole di quello che potresti ricevere dall'uno e dall'altro e, nel caso tu scelga di andare dal piccolo medio un po' truffaldino, fatti bollinare, esigi, da contratto, una serie di clausole vantaggiose per te. Non farti strumentalizzare, né contrattualmente, né artisticamente.
Alessandra Amitrano
Scrittori in Causa
Venerdì sono riuscita finalmente a vedere Senza Scrittori di Cortellessa, che secondo me è un'occasione mancata di parlare proprio di queste cose. Si concentra troppo sul fatto che il mondo editoriale è succube del mercato, e se la prende con la povera Mazzantini come se incarnasse per antonomasia tutti i difetti e le colpe dell'autore scadente iper promosso e iper venduto, un attacco così scorretto e crudele (guardatelo e ditemi se non è così) che pure se non amo la Mazzantini (ho letto solo un suo romanzo) mi ha fatto scattare solidarietà con lei piuttosto che complicità con Cortellessa. Il problema non è che venga pubblicata, promossa e venduta la Mazzantini, né che vengano pubblicati libri di presunto scarso valore letterario, ma semmai che si dia spazio solo a libri a prevedibile incasso indipendentemente dalla qualità. Una volta la motivazione era che è necessario pubblicare un autore main stream per potersi permettere di pubblicare, che so, 5 autori non commerciali, ora questa premessa è dimenticata, e si pubblicano direttamente solo i libri a incasso più o meno sicuro, è diventata la regola.
RispondiEliminaAnche questo secondo me è uno dei fattori scatenanti del nomadismo degli autori, perché troppi editori si sono trasformati in cani da fiuto di denaro, non ci si interessa più tanto a quello che l'autore ha scritto, e a come seguirlo nel suo lavoro e aiutarlo a crescere, ma a quanto sia vendibile e soprattutto alla fetta di lettori che l'autore eventualmente porta con sé.
La lacuna principale del documentario di Cortellessa, a mio avviso, è proprio che manca (dopo una valanga di critiche più o meno sarcastiche alla vanità e alla mercenarietà dell'ambiente letterario) è una proposta, uno spunto minimamente costruttivo, una pars costruens, come dice giustamente Simone Ghelli in un suo articolo su Senza scrittori apparso su Carmilla.
Secondo me invece bisogna partire proprio dagli scrittori (Francesca, sarò ingenua, ma secondo me per quanto utopica è l'unica risorsa che ci resta), dobbiamo imparare a farci rispettare dalle case editrici piuttosto che idealizzarle o peggio comportarci da paggetti eternamente grati anche quando ci fregano perché tanto così va il mondo.
Se questo virus della consapevolezza e della dignità dell'autore (e non della presunzione, sia chiaro) si diffonderà, le case editrici non potranno fare altro che adeguarsi. E questo significherebbe non solo che adotteranno comportamenti più etici, ma anche che ci daranno la possibilità di crescere a livello letterario, cosa difficilissima se gli interessa solo vendere a scapito della qualità.
Carolina Cutolo
Scrittori in Causa
Se ho creduto fin da subito in Scrittori in Causa è perchè qua non si fanno chiacchiere intorno alle parole, intorno ai gossip letterari, a chi pubblica e chi non pubblica, su chi ha successo perchè, su chi non ha successo perchè. Qua si fanno chiacchiere intorno agli strumenti che possono permetterti di scrivere le parole. Si va dritto sulle cose concrete. Ho letto pochi giorni fa un altro articolo su Repubblica a proposito della scrittura che non paga. Riprendeva i temi dell'articolo di qualche tempo fa su Il sole 24 ore, ed uno principale, ovvero che in Italia gli scrittori, a meno che i loro libri non siano sempre in classifica, devono svolgere altri lavori per campare. non ci lamentiamo che dobbiamo lavorare. si fa anche altro per vivere, certo. ma spesso e volentieri gli editori non ti danno quanto pattuito, le copie rendicontate sono ridicole, non c'è rispetto del tuo lavoro. La scrittura non paga e si sa, ma il discorso è diverso: la scrittura paga gli editori (riviste, libri ecc.). ma gli editori non pagano gli autori. puntare su chi non paga è un bel primo passo per provare a cambiare qualcosa. gli autori pagati sono molto meno nomadi.
RispondiEliminaSimona Baldanzi
Scrittori in Causa
Carolina Cutolo: "Il problema non è che venga pubblicata, promossa e venduta la Mazzantini, né che vengano pubblicati libri di presunto scarso valore letterario, ma semmai che si dia spazio solo a libri a prevedibile incasso indipendentemente dalla qualità."
RispondiEliminaAssolutamente d'accordo.
Alessandra Amitrano
Scrittori in Causa
perfettamente d'accordo soprattutto con Alessandra quando dice:" che si da spazio solo a libri a prevedibile incasso indipendentemente dalla qualità."
RispondiEliminaPurtroppo il dio danaro sta facendo piazza pulita, e non solo nel campo dell'editoria!
fernanda battagliese
http://stellascrive.splinder.com/
Fernanda l'ha detto Carolina, io ho solo riportato :)
RispondiEliminaAlessandra Amitrano
Scrittori in Causa
Ragazze, io proprio questo intendevo. Il problema della poca correttezza degli editori. Piaga storica.
RispondiEliminaPagano poco e male, formulano contratti pieni di trappole, osannano solo gli autori che gli fanno vendere moltissimo ( e qui sarebbe anche comprensibile) ma a volte nemmeno quelli.
Posso portare l'esempio di una grandissima autrice e best selling author che io traduco, che si è finalmente convinta dopo 4 anni che la mettevo in guardia a cambiare editore. Uno dei suoi libri ha venduto più di 400.000 copie in Italia (per non parlare degli altri) ma a lei era stato detto diversamente, con mille scuse evitavano di presentare i rendiconti e dal vecchio editore era trattata quasi come una pivellina. Devo dire che, oltre che a editore, ha cambiato pure agente, che mi sa lucrava pure lei alle sue spalle.
Poi il modo in cui trattano i traduttori. Una di voi sa la vicenda di questi giorni.
Poi c'è il problema della qualità. O perfino della vendibilità di un libro. La qualità c'è in Italia e vende pure, ma non è supportata quanto la non qualità. In fondo si pensa che la prima si possa prendere cura di sé mentre la seconda, adatta a palati di bocca buona, ha bisogno di supporto ed è molkto più facile manovrare un autore che scrive roba da quattro soldi, dato che non sarà una cima nemmeno nella vita.
Ma chi giudica la qualità di un libro? Chi ne giudica la commerciabilità? Nelle case editrici gli intellettuali sono assenti (in molte almeno) e per intellettuali non intendo gli opinionisti de noantri che affollano le TV spacciati come tali. Dunque non sono molti quelli in grado di giudicare il valore di un'opera.
Il punto comunque resta quello di farsi rispettare. Posso dire che a me è accaduto che, proprio per farmi rispettare, sono stata estromessa dopo 10 anni di collaborazione come traduttrice, consulente editoriale e editor da una casa edirice di nome quando è arrivato un nuovo direttore editoriale il quale riteneva che io avessi troppe qualifiche e troppo spazio decisionale nella gestione precedente. Di traduttori con poca esperienza, di bassa qualità e competenze ma da pagare quattro soldi se ne trovano a bizzeffe e a molti editori non interessa la qualità, nemmeno in una traduzione. L'importante è pagare poco. Con i risultati che poi si vedono.
Perché la scrittura paga eccome. Ma appunto, gli editori.
Ma tutto questo, anche l'oggetto di questa discussione, è solo in linea con l'andazzo italiano in ogni campo. Il pesce, come si dice, inizia a puzzare dalla testa.
Francesca Diano
http://emiliashop.wordpress.com/
Francesca sull'assenza degli intellettuali dalle case editrici non sono d'accordo. Faccio qualche esempio: diversi autori Mondadori suggeriti da Nuovi Argomenti; Bompiani: Elisabetta Sgarbi, donna di grande intelletto e acume, e Massimiliano Governi, a mio parere uno dei più talentuosi editor che ci siano in Italia, nonché uno scrittore con la S maiuscola; penso alla Minimum Fax, quindi a Raimo e Lagioa, persone, anche loro, di grande acume intellettuale... persone, da un punto di vista editoriale, attente al lessico, al linguaggio, allo stile, all'innovazione, oltre che, naturalmente, ai contenuti e alla voce.
RispondiEliminaAlessandra Amitrano
Scrittori in Causa
"assenza nelle" e non dalle, "a mio avviso" e non parere, lagioia, refusa amitrano
RispondiEliminaAlessandra Amitrano
Scrittori in Causa
@Francesca: io capisco benissimo cosa intendi quando dici che mancano gli intellettuali dalle case editrici, e ti riferisci soprattutto al discorso delle traduzioni. Condivido in pieno sulle traduzioni. Ma ti dico anche che purtroppo oggi come oggi, in questo assurdo decadimento storico, anche i traduttori con esperienza e passione vengono pagati poco e con ritardi mostruosi. Purtroppo è così: restiamo aggrappati ai libri come ai ponti pericolanti. Il pesce è ormai putrefatto
RispondiEliminaDifficile essere comprensibili a quest'ora, ma io personalmente ho notato una mancanza di sensibilità ancora maggiore quando si parla di traduzione. Invece, nel campo della scrittura, il punto dolente è la mancanza di chiarezza nei rendiconti. Ohi ohi.
Mio malgrado mi ritrovo a essere nomade come traduttrice e come scrittrice. Non sempre per scelta.
@Alessandra: sono molto contenta di essere fra voi.
Buonanotte
Clara Nubile
http://tabaccherieorientali.blogspot.com/
Cara Clara, concordo pienamente con tutto quello che dici. Se sei traduttrice sai bene di che si parla. Mi piace molto la tua metafora dei libri come ponti pericolanti, perché in effetti ogni libro in cui compaia una visione del mondo è proprio un ponte. E oggi questi ponti, almeno da noi, sono pericolanti. Inutile cercare colpe, perché sono troppe e frutto della povertà (e non intendo quella economica) in cui ci dibattiamo. Ma sono proprio tenpi come questi in cui è importante non rinunciare a tenere duro.
RispondiEliminaPer quanto riguarda la traduzione, agli editori non interessa una bella traduzione, non hanno interesse a pagare la qualità e l'esperienza, perché non si rendono conto di come una cattiva traduzione (e cattiva può essere anche una traduzione che uccida lo stile dell'originale, anche se corretta) possa danneggiare un testo. Ci sono opere alla cui fortuna ha contribuito in modo decisivo la bellezza della traduzione.
Ti faccio molti auguri per il tuo lavoro
Francesca Diano
http://emiliashop.wordpress.com/